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Terapia per la salute: aspetti etici, deontologici e metodologici

€ 4,00

Terapia per la salute: aspetti etici, deontologici e metodologici
di Guido A. Morina, pag.53, prezzo 3 euro

Descrizione prodotto

Terapia per la salute: aspetti etici, deontologici e metodologici
di Guido A. Morina, pag.53, prezzo  4 euro

Introduzione
Il termine terapia può essere utilizzato in due accezioni non solo differenti ma quasi opposte tra loro. La prima accezione è quella biomedica e allopatica, fondata sulla patogenesi: essa si rivolge esclusivamente alla malattia e quindi presuppone una diagnosi il più possibile precisa – quindi, relativa a organi e apparati “malfunzionanti” – e non alla persona nella sua integrità. A sua volta, la diagnosi presuppone una esatta definizione di segni e sintomi da ricollegare ad una delle decine di migliaia di patologie già classificate dalla scienza medica. Una volta formulata la diagnosi, ad essa segue la terapia intesa come opposizione alla malattia specifica.
La seconda accezione si richiama al concetto di terapia (therapeia) secondo la radice etimologica greca del termine, e cioè: “il porre se stessi al servizio degli altri”, sul presupposto che il terapeuta sia fornito di conoscenze, competenze, abilità o risorse che il richiedente non possiede o di cui non dispone in misura sufficiente. In questa seconda accezione la terapia prescinde dalla diagnosi, e si fonda sulla salutogenesi, limitandosi a constatare il bisogno o il desiderio di benessere che la terapia stessa deve soddisfare. In estrema sintesi, potremmo affermare che in questo secondo caso la terapia è rivolta alla applicazione pratica di tutte quelle risorse, interne o esterne all’individuo, che siano rivolte alla ricerca della salute e al benessere generale.
A partire da questi concetti di base, cerchiamo di approfondire l’analisi del significato della terapia in queste due diverse accezioni. Il nostro scopo è quello di condurre il lettore in una analisi sempre più approfondita del significato dell’attività terapeutica utilizzando gli strumenti della razionalità, del pensiero e del metodo scientifico, e cercando di giungere a conclusioni chiare e plausibili attraverso una serie di passaggi logici, nei quali i pro e i contro di ogni argomentazione saranno espressamente valutati.
Lo scopo che ci proponiamo è quello di far riflettere sul significato della terapia, sulla sua utilità ma anche sui pericoli che da essa derivano. Quando la terapia non si rivolge alla cura di una patologia specifica, essa viene ad assumere forme diverse e a produrre effetti molto differenti a seconda dell’interpretazione del significato che ad essa dà sia il paziente, sia il terapeuta.

La sottoposizione a qualsiasi forma di cura implica necessariamente il riconoscimento di una condizione di debolezza che l’individuo non riesce a superare da solo e lo pone, psicologicamente, in una forma di regressione al passato nella quale, bambino, ricerca l’affetto e la protezione della madre (Bara, 2007a). Se questa situazione è assolutamente “fisiologica” quando si presenta occasionalmente e se viene vissuta con consapevolezza, diventa invece “patologica”, e cioè una patologia nella patologia, quando la cura diventa l’unica e fondamentale risorsa a disposizione della persona che soffre o che vuole migliorare la qualità della sua vita. La quale si fonda sull’espressione delle qualità e delle risorse umane, tra le quali spicca l’autostima e la sicurezza di sé, non certo sulla dipendenza da altri per la risoluzione dei propri problemi.
Quando ci si affida per anni a un terapeuta, o si dedica gran parte della propria vita alla ricerca di un rimedio a quelli che interpretiamo essere i nostri mali, si entra in una dimensione cronicamente patologica che la maggior parte delle terapie attualmente diffuse tende a mantenere anziché ad eliminare. Affidandosi ad altri per la risoluzione dei nostri problemi, in tutti i casi in cui ciò non è assolutamente indispensabile (e cioè nella maggioranza di essi) si modifica la nostra organizzazione mentale e la nostra visione della vita in senso negativo, e cioè riducendo la nostra consapevolezza nelle nostre risorse e nelle capacità tanto faticosamente acquisite nel corso di una intera vita.
Sottoporsi a cure, tanto più nocive quanto più prolungate, significa riconoscere la propria condizione di incapacità, di inferiorità, di debolezza, di mancanza di autostima, entrando in un circolo vizioso per cui diventerà sempre più difficile fare appello alle nostre risorse anche per affrontare i più piccoli problemi.
Sottoporsi a cure prolungate là dove non sia strettamente necessario significa escludere dalla propria esistenza il presente e il futuro per rifugiarsi nel passato, sicuramente più confortevole perché conosciuto e perché, per quanto doloroso, non è causa di imprevisti e non può produrre una sofferenza superiore a quella che finora ci ha procurato. Il futuro, invece, per chi è stato abituato a rivolgersi a cure esterne per qualsiasi problema, diventa sempre più una dimensione misteriosa e terrorizzante, dalla quale potranno emergere soltanto difficoltà che non saremo in grado di affrontare, proprio in base alla constatazione che nel nostro passato non abbiamo superato gli ostacoli più importanti da soli, ma, se ci siamo riusciti, è stato solo per l’intervento di cure esterne.

Il counseling psicobiologico, a differenza della maggior parte delle forme di terapia esistenti e più diffuse, vuole far riflettere sul passato esclusivamente nella misura in cui tale riflessione può condurre all’apprendimento di informazioni e all’acquisizione di competenza nell’uso di strumenti che possono essere utili per il futuro, non certo per restare a crogiolarsi nella sicurezza offerta dal passato.
Tutto ciò implica chiarezza di idee circa il significato della terapia: innanzitutto, se essa è rivolta alla cura di una patologia oppure al miglioramento della qualità della vita. Non è per nulla la stessa cosa, evidentemente, anche se, altrettanto evidentemente, esiste molta confusione in proposito e terapie nate per prendersi cura della persona nella sua integrità, e specialmente della sua sfera spirituale, vengono oggi utilizzate in senso assolutamente allopatico o per la cura di specifiche patologie (si pensi a tutte le terapie di derivazione filosofico-religiosa orientale, oppure alla recente moda della floriterapia).
In entrambi i casi, comunque, il counseling psicobiologico promuove un intervento e una modalità terapeutica che siano esclusivamente rivolte a fornire al cliente gli strumenti per uscire da solo dalla sua situazione e per migliorare da solo la qualità della sua vita; il che va fatto nella maniera più rapida e intensiva possibile, in modo da escludere il rischio di entrare in una condizione di dipendenza dalla terapia. La quale, a nostro parere, deve liberare le persone, e non certo condizionarle o legarle al loro passato.