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Breve guida all’uso etico dei rimedi energetici e vibrazionali

€ 4,00

di Guido A. Morina, pag.61, prezzo 3 euro

Indice

  • Premessa 1
  • Il concetto di cura come forma di comunicazione 1
  • Introduzione 9
  • Il concetto e la funzione del rimedio 9
  • Il concetto di rimedio in senso olistico 11
  • Il concetto di rimedio in senso religioso 27
  • Etica, scienza e spiritualità 30
  • Il rimedio efficace “fin dallʼantichità” 35
  • La sindrome del “non ci credo, ma funziona lo stesso”. 38
  • Fiori di Bach e terapia energetica 45
  • Energia e significato 48
  • Fiori di Bach: avvertenze e precauzioni per la loro prescrizione e somministrazione 50
  • Alcune brevi considerazioni 59
  • Conclusioni pratiche 61
  • BIBLIOGRAFIA 62

Descrizione prodotto

di Guido A. Morina, pag.61, prezzo 4 euro

Indice

  • Premessa 1
  • Il concetto di cura come forma di comunicazione 1
  • Introduzione 9
  • Il concetto e la funzione del rimedio 9
  • Il concetto di rimedio in senso olistico 11
  • Il concetto di rimedio in senso religioso 27
  • Etica, scienza e spiritualità 30
  • Il rimedio efficace “fin dallʼantichità” 35
  • La sindrome del “non ci credo, ma funziona lo stesso”. 38
  • Fiori di Bach e terapia energetica 45
  • Energia e significato 48
  • Fiori di Bach: avvertenze e precauzioni per la loro prescrizione e somministrazione 50
  • Alcune brevi considerazioni 59
  • Conclusioni pratiche 61
  • BIBLIOGRAFIA 62

Premessa
Il concetto di cura come forma di comunicazione

Prima di affrontare in maniera approfondita e, ci auguriamo, ampiamente argomentata, il tema dellʼutilizzo etico dei rimedi nellʼattività terapeutica rivolta alla cura della persona (e non, si badi, della malattia), ci sembra assolutamente indispensabile fornire almeno alcune fondamentali informazioni relative al concetto più generale di cura, o di terapia.
Premesso che il termine terapia si riferisce, etimologicamente, allʼattività di colui che pone se stesso al servizio degli altri (e non solo alla professione medica), occorre osservare come, nel linguaggio comune, tutti i termini che si riferiscono in qualunque modo sia al tema della malattia, sia a quello, ben diverso, della salute, sono stati sottoposti a un processo di fagocitamento e monopolizzazione da parte della classe medica, che è riuscita a imporre, se non in maniera assoluta, almeno giurisprudenzialmente, la propria assoluta competenza esclusiva nel trattamento di tutti gli aspetti della persona attinenti in qualche modo alla sua condizione fisica e psichica. Presa di potere alla quale ci ribelliamo, naturalmente, come ogni persona di buon senso dovrebbe fare, proprio nel rispetto delle competenze mediche, le quali non possono e non devono avere per oggetto la cura della salute e del benessere delle persone, cura riservata alle scienze che si occupano della ricerca della qualità della vita e non solo della sopravvivenza del corpo.
Come si inserisce, invece, il concetto di comunicazione nel tema altrettanto vasto della cura?
In prima battuta, possiamo affermare che ogni forma di cura è, sotto il profilo in cui noi la intendiamo e studiamo, una forma di comunicazione, cioè di trasferimento di informazioni. Lʼinformazione, a sua volta, può essere veicolata attraverso strumenti e canali materiali, osservabili, misurabili e in qualche modo “manipolabili” e rispondere principalmente alle leggi della fisica, della meccanica e dellʼingegneria applicata al corpo umano, o a quelle della biochimica. Ma essa resta tale anche quando consiste in una idea, un concetto, una informazione nel senso più comune del termine, la quale è veicolata tramite la parola, scritta o orale, oppure tramite segni e segnali con finalità informative.

In altre parole, quando si introduce nellʼorganismo del paziente un farmaco, non si fa altro che svolgere una attività di tipo comunicativo in senso lato, la quale consiste nel trasferire lʼinformazione contenuta nelle molecole della sostanza somministrata allʼinterno dellʼorganismo del paziente, in modo che il suo significato, in termini biochimici, sia compreso da appositi recettori, i quali elaborino questa informazione allo scopo di produrre un cambiamento, auspicabilmente nella direzione voluta dal medico. Il quale, quindi, sta svolgendo una attività di comunicazione di informazioni mirate a produrre un cambiamento benefico nellʼorganismo altrui, utilizzando il veicolo materiale del farmaco, anziché quello della comunicazione verbale o scritta.
Questo perché tale comunicazione, che non è comunicazione umana, non è rivolta a uno scambio consapevole di informazioni tra due persone, ma a trasferire una informazione solo potenziale, contenuta nel farmaco, su un supporto in grado di leggerla ed elaborarla in modo da produrre un cambiamento effettivo e misurabile. Cambiamento che, quindi, è sempre la conseguenza ineliminabile, lo si voglia o no, di ogni atto comunicativo.
Si può quindi affermare che, perché si produca un cambiamento a seguito della trasmissione dellʼinformazione su un organismo o su una persona, non è necessario utilizzare supporti o strumenti materiali, esterni allʼindividuo. Anzi, come noto, lʼinformazione può essere trasmessa anche solo tramite la percezione, visiva o uditiva, solitamente, di un messaggio, di un immagine, di una serie di suoni, cioè, appunto, di una informazione.
In ambito terapeutico, quando ci si pone nel ruolo di terapeuti, in realtà non si sta facendo altro che instaurare una relazione comunicativa (non necessariamente umana, cioè intenzionale e consapevole, come si è detto) tra terapeuta e cliente, relazione che può fondarsi sullo scambio di informazioni del tutto differenti per struttura, forma e funzione.
In medicina, lʼinformazione è rivolta a produrre un cambiamento indipendentemente dalla volontà, dalla consapevolezza, dalla partecipazione del paziente: quando questʼultimo è sottoposto, per esempio, a una dialisi, a una asportazione di una parte di tessuto, o agli effetti di un farmaco che agisce abbassando la pressione, è chiaro che le conseguenze dellʼattività comunicativa si producono indipendentemente dallʼazione e dalla consapevolezza del paziente. La comunicazione, in questo caso, infatti, non è rivolta alla persona del paziente, ma solo a quelle parti del suo organismo sulle quali la cura farmacologica o chirurgica va ad agire.

Non siamo quindi sul piano della comunicazione umana, cioè quella tra persone che intendono consapevolmente instaurare una relazione fondata sullo scambio di informazioni, ma, molto più banalmente, sul piano dellʼingegneria o della biochimica applicata al corpo umano. Questa forma di comunicazione è direttiva e non cooperativa, in quanto il ruolo del paziente deve solo essere quello di adeguarsi alle prescrizioni del medico, prima, durante e dopo il suo intervento terapeutico.
In altre parole, la comunicazione in campo medico non esiste (o non è necessaria, come dimostra il comportamento della maggior parte dei medici), ma è sostituita da un semplice trasferimento di informazioni da un supporto a un altro, entrambi privi di coscienza e di reale capacità di comunicazione. La terapia medica convenzionale, quindi, si contraddistingue per il fatto che essa non può prescindere dal fatto di essere legata indissolubilmente ad attività dirette o indirette di diagnosi (a differenza che nel counseling, non è concepibile una cura medica senza una diagnosi), di prescrizione (lʼimposizione di una cura che non tiene conto delle esigenze del paziente, e non la costruzione cooperativa di una condizione di benessere), di vendita di prodotti (non esiste cura medica per la quale non sia necessario lʼacquisto di farmaci o altri prodotti medicali).
Quando ci si pone fuori dallʼottica biomedica, invece, le cose cambiano parecchio. La comunicazione, qui, non consiste nel trasferimento di una informazione in possesso del medico e trasferita in un supporto materiale standard, uguale per tutti, perché essa vada ad agire su un supporto organico, ma senza la partecipazione consapevole del paziente. La moderna visione biopsicosociale, appoggiata più o meno coerentemente e consapevolmente dalle forme di medicina non convenzionale, presuppone che la persona che si sottopone alla cura diventi soggetto attivo del processo di guarigione.
Per questo motivo, quindi, si può legittimamente parlare di cura anche quando essa si basa su uno scambio di informazioni principalmente a livello verbale (ma comunque non materiale), come nella psicoterapia. Questʼultima, però, si colloca pur sempre nellʼottica biomedica, richiedendo una diagnosi relativa a un disturbo psichico e lʼapplicazione, spesso direttiva e impositiva (sempre più spesso con lʼaiuto di farmaci prescritti da medici o psichiatri) di un protocollo di cura che non è centrato sul cliente, ma sulla necessità, per il terapeuta, di trovare conferma alle sue ipotesi diagnostiche e terapeutiche, a loro volta fondate, di solito, su costruzioni ipotetiche, filosofiche, prive di reale riscontro clinico-scientifico.

Naturalmente, ad essa si affianca timidamente il counseling (quando, come di solito avviene, esso non viene concepito come una forma camuffata di psicoterapia praticata da persone non abilitate alla pratica psicologica), il quale si fonda proprio sulla comunicazione come cura, o sulla cura come forma di comunicazione. Su questa disciplina della salute si rimanda il lettore a manuali e corsi specifici.
Cʼè però una zona dʼombra, collocata tra la cura di tipo tradizionale, medico-chirurgico-farmacologico, e quella “alternativa” che ruota intorno alla presa in carico collaborativa di tutto ciò che compone la vita del cliente, e non solo il suo disturbo contingente, la quale è la forma di cura, complementare a quella medica, che il nostro Istituto propone sotto la forma del Counseling della salute.
Essa è data da quelle forme di terapia che da un lato si richiamano allʼuso di strumenti di cura immateriali (come i pensieri, i gesti, le parole), i quali, di conseguenza, andrebbero coerentemente a collocarsi nellʼottica della partecipazione attiva e consapevole del cliente al processo di guarigione; dallʼaltra, però, esse pretendono di andare ad agire non tanto a livello puramente informativo, quanto in quello materiale della modificazione di processi biochimici e psichici. Per esempio, tutte le forme di cura che pretendono di agire tramite la trasmissione di energia, sia essa “quantica” sia spirituale, sono una forma di comunicazione terapeutica, in quanto consistono nellʼentrare, da parte del terapeuta, nella disponibilità di una informazione “energetica” (avente la stessa funzione del farmaco) e di trasferirla, anziché nelle forme di somministrazione tradizionale della medicina, attraverso rituali o procedure non verificabili scientificamente sulla persona del cliente.
Se ogni forma di cura è comunicazione, si può anche affermare che ogni forma di comunicazione svolge una funzione terapeutica, nel senso più ampio di questo termine, in quanto essa va necessariamente a produrre una modificazione nel comportamento, nel metabolismo, nel funzionamento dei processi psichici di chi riceve il messaggio in essa contenuto.

Lʼeffetto placebo, per esempio, è esattamente il prodotto di una comunicazione di questo tipo. Ma anche ogni segno prodotto dal terapeuta, specialmente se inconsapevole, dal quale il cliente possa estrarre una informazione, diventa una parte della terapia, a seconda del modo in cui venga interpretato.
Per esempio, se il terapeuta mostra entusiasmo o invece una certa diffidenza verso un rimedio, tale segnale emerge dal suo comportamento verbale e non verbale, e andrà quindi a influire sul risultato della cura.
Se il terapeuta comunica al cliente che il rimedio più adatto alla sua situazione si basa su energie non meglio identificate, ma che hanno funzionato in molti casi; oppure su test clinici molto accurati che ne hanno dimostrato efficacia e innocuità; oppure su pochi studi condotti su animali da laboratorio; oppure sulla forza guaritrice della misericordia divina, in tutti questi casi lʼinformazione fornita andrà a produrre risultati diversi a seconda dellʼelaborazione del cliente. Essa, a sua volta, è costituita di un mix complesso e inconoscibile di valutazioni razionali e irrazionali, di impressioni e di riflessioni, di ricordi e suggestioni, di speranze o di disillusioni, elaborate dal cliente in maniera fondamentalmente inconscia, che conduce alla produzione di un effetto che va sempre al di là di quello prevedibile da parte sia del terapeuta che del cliente stesso.
Per questo motivo la consulenza eticamente e deontologicamente corretta in tema di salute deve sempre essere fondata su conoscenza e consapevolezza di ciò che si sta facendo nella relazione tra terapeuta e cliente. Mentre è eticamente concepibile la somministrazione di una cura della quale il terapeuta non conosca modalità di azione, effetti sperimentati, possibili effetti indesiderati, se essa e solo se essa è lʼultima possibilità di intervento, dopo aver sperimentato tutti gli altri sistemi di cura disponibili, mai, comunque, è eticamente concepibile che la conoscenza che di essa e delle sue caratteristiche ha il terapeuta non sia comunicata chiaramente al cliente.
Se si vuole trasferire questo principio sotto forma di regola generale, essa può essere illustrata nel modo seguente: se il rimedio somministrato dal terapeuta si fonda su adeguata ricerca e sperimentazione scientifica e clinica legittimamente condotta e il terapeuta è stato abilitato, in base a una legge dello Stato, alla sua somministrazione, il cliente è tutelato circa il suo diritto ad essere informato dalla legge, che gli mette a disposizione tutti i mezzi, compresa la pubblicazione obbligatoria (a cominciare dal “bugiardino”, per esempio, allegato ai farmaci) delle evidenze scientifiche circa il rimedio, per formarsi una opinione argomentata e consapevole della cura cui si sta sottoponendo.

Al di fuori di questa situazione, e quindi nella totalità dei casi di rimedi suggeriti o prescritti nellʼambito di terapie non convenzionali e non regolamentate dalla legge, come i rimedi “energetici o vibrazionali”, nessuna cura può essere prestata al cliente se questi non sia informato dal terapeuta circa tutte le caratteristiche terapeutiche del rimedio in questione. In pratica, ciò significa che il terapeuta è eticamente tenuto ad informare il cliente circa la conoscenza che egli ha del rimedio: se esso non è stato sperimentato, come i farmaci in commercio, su pazienti in trials controllati secondo le disposizioni di legge in materia, egli deve saperlo e informarne il cliente, il quale dovrà scegliere se sottoporsi alla cura, perfettamente consapevole, in questo caso, per esempio, del fatto che il rimedio che sta assumendo è stato sperimentato su tessuti in vitro, o su topi in laboratorio, e che quindi gli effetti non sono trasferibili sul piano della cura degli esseri umani.
Se il terapeuta gli suggerisce lʼassunzione di un rimedio floreale, per esempio, il cliente deve essere informato circa il motivo plausibile per cui il terapeuta gli consiglia quel rimedio, e non un altro. E il terapeuta deve essere consapevolmente e scientemente disponibile a fornire la dimostrazione plausibile del fatto che quel rimedio sia efficace, lo sia in quella forma, secondo quella posologia, per quel particolare disturbo, e che non esistano rimedi più efficaci.
Per esempio, per quale motivo il rimedio mimulus di Bach dovrebbe essere suggerito al cliente che vive in una condizione di paura la sua vita quotidiana? Quale collegamento tra il disturbo psicologico e il rimedio il terapeuta è in grado di dimostrare? Non importa che il cliente non gli chieda tali informazioni, quello che importa è che il terapeuta sia coerente e consapevole e si ponga queste domande, fornendo risposte plausibili e ragionevoli. Egli ritiene sufficiente, ai fini della prescrizione della cura, il fatto che secondo il dr. Bach questo rimedio sia efficace proprio per quel caso specifico? Bene, lo comunichi espressamente al suo cliente, ed eviti così che, come avviene nella maggior parte dei casi, questʼultimo assuma il rimedio convinto, nella sua perdonabile ignoranza, che esso sia stato sperimentato clinicamente, secondo il metodo scientifico e in conformità con le disposizioni di legge in materia di farmaci